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C'è chi dichiara di non sopportare un argomento e poi gli dedica, ogni giorno, più tempo di chi lo ama davvero.

Capita spesso di imbattersi, sotto un contenuto qualunque, in un commento lungo, dettagliato, a tratti quasi arrabbiato, firmato da qualcuno che si affretta a precisare di non seguire volentieri quella pagina, di non amare affatto l’argomento trattato e di essersi imbattuto in quel post quasi per caso. Poi si scorre il suo profilo e si scopre che commenta ogni settimana, che segue l’account da mesi, che ha già lasciato altre osservazioni simili in passato. La domanda, a quel punto, non riguarda più il tema del post. Riguarda lui.

Un comportamento con un nome preciso

Chi si occupa di psicologia dei media ha da tempo dato un nome a questo fenomeno: si chiama hate-following, letteralmente “seguire per odio”, e descrive l’abitudine di rimanere legati a un contenuto, un profilo o un argomento proprio mentre se ne dichiara il rifiuto. Non è un comportamento raro né marginale: diversi studiosi che si occupano di benessere digitale lo considerano ormai una delle dinamiche più diffuse e meno raccontate dei social network, tanto diffusa da avere generato una letteratura scientifica dedicata. Una ricerca pubblicata negli scorsi anni su un campione di utenti Instagram ha analizzato nello specifico il legame tra questa abitudine e altri due meccanismi emotivi noti da tempo agli psicologi sociali, l’invidia e lo schadenfreude, cioè il piacere provato di fronte alla difficoltà altrui, mostrando come il desiderio di monitorare chi o cosa non piace sia spesso alimentato da un bisogno di confronto più che da un reale interesse per il contenuto.

Diversi psicologi intervistati negli ultimi anni su questo tema concordano su un punto: seguire ciò che infastidisce serve, il più delle volte, a rassicurarsi su di sé. Osservare uno stile di vita, una città, un’abitudine che si giudica negativamente permette di rafforzare, per contrasto, la propria immagine. È più facile sentirsi nel giusto quando si ha sotto gli occhi un esempio quotidiano di ciò che si considera sbagliato.

Il ruolo, tutt’altro che neutro, dell’algoritmo

C’è poi un secondo elemento che raramente viene preso in considerazione da chi si limita a commentare con rabbia sotto un post: il modo in cui le piattaforme social sono costruite per premiare proprio questo tipo di reazione. I sistemi che decidono cosa mostrare nel proprio feed non distinguono tra entusiasmo e fastidio, misurano soltanto l’attenzione, e un commento carico di emotività genera quasi sempre più interazioni di un commento neutro. Chi lavora nel settore della comunicazione digitale lo sa bene: un contenuto che provoca una reazione di rabbia o disaccordo tende a essere promosso dagli algoritmi con la stessa efficacia, se non di più, di un contenuto che genera consenso. In altre parole, più si scrive per contestare, più si contribuisce, involontariamente, a dare visibilità proprio a ciò che si vorrebbe criticare.

Il caso di chi dice di non amare Londra

Un esempio concreto aiuta a rendere il fenomeno meno astratto. Capita che una persona dichiari apertamente di non amare Londra: magari ci è stata e l’esperienza non ha soddisfatto le aspettative, magari si è formata un’opinione negativa ascoltando racconti altrui negli anni, senza avere mai visitato la città di persona. È una posizione del tutto legittima: nessuna città può piacere a tutti, e le ragioni per non sentirsi affascinati da Londra, dal clima al costo della vita fino al ritmo della metropoli, sono numerose e comprensibili.

Ciò che risulta più difficile da spiegare, invece, è perché quella stessa persona continui a seguire pagine dedicate proprio a quell’argomento, a leggere ogni aggiornamento, a lasciare commenti articolati che richiedono tempo ed energia per essere scritti. Se l’interesse fosse davvero pari a zero, la reazione più naturale sarebbe l’indifferenza, non il coinvolgimento. È qui che il disallineamento tra l’opinione dichiarata e il comportamento osservato diventa interessante: spesso non nasce da una conoscenza diretta e approfondita dell’argomento, ma da una percezione costruita nel tempo, fatta di racconti di terzi, luoghi comuni assorbiti dall’ambiente circostante, frammenti di informazione mai verificati fino in fondo. Non significa che l’opinione sia meno legittima, ma invita a chiedersi quanto, in generale, le convinzioni che riteniamo più solide siano davvero il frutto di un’esperienza diretta e quanto invece siano ereditate da ciò che si è sentito dire.

Cosa rivela davvero un commento rabbioso

Vale la pena soffermarsi anche su un ultimo aspetto, forse il più rivelatore. Un commento sereno, anche critico, racconta qualcosa dell’argomento di cui parla. Un commento scritto con rabbia, con toni sopra le righe, con la necessità quasi ossessiva di ribadire quanto un argomento venga rifiutato, racconta molto meno dell’argomento in questione e molto di più di chi lo ha scritto. Il tono, prima ancora del contenuto, è già un’informazione: quando il bisogno di esprimere un dissenso si trasforma in un attacco personale o in un eccesso di aggressività, il problema smette di riguardare Londra, un argomento o una pagina, e diventa una questione che appartiene a chi scrive. Il modo in cui una persona sceglie di comunicare il proprio fastidio dice, quasi sempre, più cose su di lei che sull’oggetto del suo fastidio.

Una riflessione, non un giudizio

Il punto centrale, in fondo, non riguarda Londra, né qualsiasi altro argomento capace di generare questo tipo di reazioni contrastanti. Riguarda una caratteristica più ampia del comportamento umano online, che i social network non hanno inventato ma hanno certamente amplificato: la difficoltà di restare indifferenti a ciò che riteniamo sbagliato. Forse la domanda più onesta da porsi, davanti a un commento carico di rabbia verso un argomento che si dichiara di detestare, non è perché quella persona sia lì. È perché, nonostante tutto, non riesca ad andarsene.

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